LA “LUNGA MARCIA“ DELLA NUOVA PSICHIATRIA

SLAVICH L' UOMO CHE LIBERO' I MATTI

Antonio Slavich (Fiume 1936-Bolzano 2009)

 

 Il 14 marzo 2009, giorno del mio  settantottesimo compleanno, morì a Bolzano, all’età di  73  anni, il professore Antonio Slavich, psichiatra. Conobbi  Slavich nel 1979, quando  venni  assunto  come addetto alla  Biblioteca dell'Ospedale  Psichiatrico di Genova Quarto, divenuta successivamente sede del Centro  Ligure  di Documentazione sulla  Psichiatria. Slavich,  faceva   parte dell' equipe di Franco Basaglia,  artefice della  legge di  riforma che prevedeva  la  fine della segregazione manicomiale.  Questa riforma  Slavich volle sperimentarla  sul campo, a  Ferrara, ancor prima che fosse realizzata, quando fu nominato  responsabile del servizio di salute  mentale della città e,  successivamente,  in qualità di nuovo direttore del locale ospedale psichiatrico.

Appena arrivato a Ferrara,  Slavich iniziò il suo lavoro nel vecchio manicomio, facendo  abbattere le  porte blindate, rimuovere le sbarre e, soprattutto,  liberando  i ricoverati da costrizioni, da terapie shock e  dalle schiavitù  farmacologiche.

Il ricovero coatto, ancora in funzione, lo sostituì  con un rapporto diretto medico-paziente non più  in ospedale, ma sul territorio, con la creazione di  day-hospital,  centri di  ascolto, visite domiciliari, e di una cooperativa di lavoro..

Slavich  incontrò  non poche resistenze da parte delle  baronie del settore psichiatrico,  guidate dal precedente direttore del vecchio manicomio, il professor Campailla,  alla cui  linea conservatrice era subentrata quella  riformista di Slavich, inviso ai più, non solo perché innovatore, ma per di più di idee  comuniste. Ancor più inattese furono le resistenze della giunta comunale, guidata dal Partito Comunista Italiano (PCI), adagiata sul  tran tran  della gestione vigente,  che relegava il problema della psichiatria entro le mura manicomiali   e  non creava grossi problemi, ed era quindi  contraria all' eventuale ingresso dei matti  in  città.

 La tenace perseveranza e la   volontà  personale di Slavich, con  il suo seguito di giovani medici, di parte del personale infermieristico  e di una parte avanzata del proletariato ferrarese, favorevole alla  attuazione su scala locale della riforma, ebbero partita vinta sui tentennamenti del comune. L' esperienza ferrarese é magistralmente descritta da Slavich (con rara  vena umoristica)  nel suo libro “La scopa meravigliante”, nome dato alla cooperativa di  ricoverati da lui creata.

 In attesa  della  nuova legge   ci fu un periodo di vero entusiasmo tra i  giovani medici  e gli  infermieri psichiatrici, con   nuove idee, nuove esperienze  di lavoro,  crescita umana e sociale, formazione e maturazione professionale, non senza contradditori e vivaci discussioni.   Ciò determinò la nascita del movimento “ Psichiatria  Democratica”, punto di aggregazione e di riferimento per quanti sostenevano la riforma   basagliana: da Trieste a Torino, da  Arezzo a Napoli.

 Anche a Genova, nel clima riformistico e di lotte  degli anni settanta,  grazie alla figura carismatica dell'Assessore alla Sanità della Provincia, :  il comunista Umberto Cavallin (anche lui prematuramente  scomparso) da cui dipendevano i manicomi di Genova-Quarto e di Cogoleto, Slavich fu chiamato alla guida dell’Ospedale Psichiatrico di Quarto. Grazie alle insistenze di Cavallin, che voleva portare con la riforma aria nuova  nella psichiatria locale, Slavich lasciò Ferrara e si trasferì a Genova, per divenire direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Quarto. Genova, contrariamente alle aspettative dello stesso Slavich,  accolse il nuovo arrivato con  ostilità esplicite e sotterranee, per non dire esplosive. L’amarezza di Slavich per come fu accolto a Genova traspare  nella risposta ad  uno dei  suoi pochi amici che gli chiese se dopo il  successo  del libro  sulla esperienza di Ferrara,  avrebbe  scritto qualcosa anche su quella genovese.  Slavich rispose convinto  (conoscendolo penso anche in maniera irremovibile): “No, su Genova non posso scrivere, non voglio scrivere. Troppe controversie, troppa amarezza”.

Anche a Genova, come a Ferrara, Slavich  iniziò il suo lavoro facendo  abbattere sbarre e portoni,  liberando  quanti, spesso da anni, subivano la segregazione manicomiale. Sorse un centro sociale,  dotato di bar  e sala  di  ricreazione,  gestito dagli   stessi  ricoverati. Slavich e collaboratori crearono una casa famiglia, con camere singole personalizzate, una cooperativa di lavoro come aveva fatto a Ferrara. Slavich iniziò un lavoro di recupero psicofisico dei  ricoverati con un corso  di scolarizzazione breve, istituì palestre per la ginnastica  e lezioni di animazione e danza. Grazie anche  al lavoro volontario di un artista, Claudio Costa, fu realizzato un atelier di pittura, con un museo attivo per la esposizione dei lavori realizzati, museo che costituisce un fiore all' occhiello della  nuova  psichiatria genovese.

Slavich dovette purtroppo constatare che  sussisteva una scarsa professionalità tra molti medici e soprattutto,  cosa ben più grave, un assoluto disinteresse per il paziente loro affidato,  considerato irrecuperabile,  non persona  umana, ma al più oggetto di obsoleti  studi lombrosiani o di dannose sperimentazioni di shockterapie. A questa manchevolezza Slavich rimediò con l'ingresso nell’Ospedale da lui diretto di psichiatri, psicologi, educatori, in gran parte  provenienti  dal  “gruppo di Ferrara”  e di giovani medici  genovesi, che  avevano accolto con favore  la nuova gestione riformatrice degli ospedali di  Genova Quarto e di Cogoleto. 

Ai nuovi venuti diede  maggiore potere decisionale nel lavoro di reparto, anche nei rapporti con gli stessi vecchi primari. Nonostante tutto, nei confronti di Slavich permase l'ostilità sotterranea della clinica di Quarto, che  essendosi trasformata, con la chiusura dei manicomi, in un centro di assistenza psichiatrica, temeva la concorrenza della nuova psicologia, che aveva nel mondo studentesco e nell’Università la sua base principale. In quegli anni la maggior parte degli studenti aveva abbracciato le idee innovatrici di Basaglia e di Slavich. Slavich aveva permesso l’accesso della Biblioteca dell’Ospedale Psichiatrico di Quarto anche agli studenti universitari, mentre sino ad allora l’accesso era riservato solo ai medici.

 A quell’epoca lavoravo presso la biblioteca dell’Ospedale Psichiatrico di Genova Quarto e appresi con entusiasmo le direttive di Slavich: la biblioteca venne aggiornata  con un rilevante acquisto di libri e una emeroteca  arricchita con nuovi abbonamenti, soprattutto a riviste  straniere. Il  centro di documentazione istituito dalla Regione  Liguria, con  sede a Genova-Quarto,  aumentò notevolmente  l'importanza  della biblioteca, finalmente  rianimata da ricercatori con conferenze e seminari.

 Di Slavich rimane in casa  mia un ricordo: un ritratto di Robespierre, che Slavich aveva portato con sé da Ferrara.  Nelle note del suo libro  “La scopa meravigliante” , Slavich ha  scritto: “che fine ha fatto l' effige  di Robespierre così efficace nel propiziare il buon esito   della esperienza ferrarese?”  ha precisato: “ ovvio l'ho portata con me a  Genova, issandola nella biblioteca di Quarto a  fronteggiare una smisurata crosta a olio del “”re cattivo”   Carlo Felice, ma con efficacia  molto parziale, almeno fino al 1994, poi il Robespierre  é passato in “usucapione - (non ancor a in eredità)  all' amico bibliotecario Sergio Guerrieri…. Guerrieri,  al momento della pensione ha pensato di  portarselo a casa risparmiandogli così  una seconda ghigliottina “ Io , sinceramente, avrei preferito che  Robespierre rimanesse ancora a lungo in usucapione, anziché ereditarlo quattro anni fa!

 

 Sergio Guerrieri

Circolo Culturale Proletario di Genova

Genova, Giugno 2013